Lavoro Obbligazioni

La condotta del creditore può influire sul danno e dunque sulla quantificazione del risarcimento

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Cassazione civile, sez. lav., 19 dicembre 2016, n. 26157


Note giurisprudenziali (ISSN 2531-7229) – anno II – n. 9

Un istituto bancario chiedeva la condanna al risarcimento dei danni ad un proprio ex dipendente il quale, al fine di recuperare un errore nelle negoziazioni di titoli finanziari, eseguiva operazioni non autorizzate dal cliente.

Tali operazioni procuravano notevoli danni economici al cliente, anche a causa del crollo dei mercati finanziari dovuto all’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001. Il dipendente della banca si era spontaneamente dimesso il 7 settembre del 2001.

Il convenuto, in via riconvenzionale, richiedeva il pagamento dell’ultimo mese di retribuzione e del trattamento di fine rapporto, nonché il risarcimento di asseriti danni alla salute, patiti a causa della situazione stressante in cui era stato costretto ad operare.

In primo grado il Tribunale riconosceva i danni relativamente alle somme accreditate sul conto del cliente da parte della banca. Il tribunale accoglieva anche la domanda riconvenzionale ed a tal fine operava la compensazione tra le relative poste.

Avverso tale pronuncia interponeva parziale gravame l’istituto di credito con la relativa  richiesta di esplicitare il rigetto della domanda di risarcimento danni da parte del convenuto.

La Corte territoriale confermava il rigetto della domanda di risarcimento del danno, operata in via riconvenzionale, rigettando nel resto il gravame, conseguentemente confermava la pronuncia di primo grado.

Avverso la sentenza della corte di Appello di Milano proponeva ricorso per Cassazione l’istituto bancario per violazione e falsa applicazione dell’art. 1227, secondo comma, cod. civ. secondo cui “Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza.”

Secondo la banca, l’assunto sostenuto sia in primo grado sia in appello relativo al fatto che avrebbe potuto immediatamente chiudere le posizioni aperte dal dipendente (senza autorizzazione), implicava un onere relativo ad un facere comportante per sua natura l’assunzione di un rischio, ossia quello di aggravare il danno, non preventivabile.

Parte ricorrente fondava la propria tesi sul fatto che il 10 settembre 2001 non era ipotizzabile il crollo del mercato a causa dell’attentato alle Torri gemelle del giorno immediatamente successivo e che dunque vendere immediatamente i titoli avrebbe contenuto i danni, piuttosto che mantenerli fino alla loro naturale prossima scadenza (21 settembre 2001).

Il ricorrente sosteneva, in altri termini, che il danno era già stato cagionato dall’ex dipendente nel momento in cui ha predisposto un’operazione non autorizzata – indipendentemente dalla perdita sui contratti – dopodiché qualsiasi comportamento avesse tenuto la banca, sarebbe stato comunque ininfluente, il suo esito sarebbe stato dipendente da un dato aleatorio non prevedibile e non dipendente da nessuno, quale l’andamento del mercato borsistico.

La Corte di legittimità, nel rigettare il ricorso, sottolinea la propria competenza di critica vincolata a cui è sottoposta.

Le censure alla pronuncia di merito devono trovare disposizione nell’ambito di un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di legittimità non valuta i fatti in senso sostanziale, ma esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione. Tale valutazione di legittimità non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa; da ciò deriva che la parte non può limitarsi alla contestazione complessiva delle valutazioni delle risultanze processuali contenute nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione (cfr. Cass. n. 25332 del 2014).

L’asserita violazione dell’art. 1227 cod. civ. non è condivisa dalla Corte di Cassazione, in quanto nel porre la condizione dell’inevitabilità da parte del creditore con l’uso dell’ordinaria diligenza, non si limita a richiedere a quest’ultimo la mera inerzia di fronte ad un comportamento dannoso ma, in armonia con i principi di correttezza e buona fede (art. 1175 cod. civ.), gli impone una condotta attiva che sia diretta a limitare le conseguenze dannose del comportamento della controparte. Nell’ordinaria diligenza si intendono soltanto quelle attività che non siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevole rischio o rilevanti sacrifici.

Antonio Marchetta

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Informazioni sull'autore

Antonio Marchetta

Avvocato, laureato in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Palermo discutendo una tesi sull'imposizione tributaria e il federalismo fiscale. Ha conseguito, nella stessa università, la laurea in scienze della pubblica amministrazione con una tesi sul ruolo del revisore dei conti nell'ente locale. Specializzato nella consulenza legale sia per le aziende, sia per i privati. Giornalista pubblicista.
antonio.marchetta@notegiurisprudenziali.it

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