Lavoro

Occorre l’animus nocendi affinché lo storno di dipendenti costituisca concorrenza sleale

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Cassazione civile, sez. I, 4 gennaio 2017, n. 94


 Note giurisprudenziali (ISSN 2531-7229) – anno II – n. 9

Una società commerciale citava in giudizio di fronte al Tribunale di Padova un’altra società per concorrenza sleale. Secondo parte attrice, infatti, la concorrente avrebbe stornato i propri dipendenti e ne determinava un danno.

Il Tribunale di primo grado accoglieva integralmente le richieste attoree e riconosceva una condotta sleale della società convenuta.

La Corte d’Appello di Venezia, in totale riforma della sentenza di primo grado, escludeva la realizzazione di un comportamento sleale della società appellante, in quanto il comportamento della stessa difettava – sia sotto il profilo oggettivo, sia sotto  quello soggettivo – della fattispecie astratta per la realizzazione della concorrenza sleale fra imprese.

Secondo la Corte territoriale non vi era il nesso causale fra l’uscita degli agenti e la contrazione del fatturato che l’azienda aveva subito. Avverso tale decisione la società soccombente proponeva ricorso per Cassazione.

Secondo la Corte lo storno dei dipendenti da parte di un’azienda realizza un atto di concorrenza sleale nel momento in cui venga perseguito il risultato di un vantaggio competitivo in danno dell’altra impresa. Nel perseguimento di tale obiettivo sleale, l’imprenditore deve avvalersi  di una strategia diretta ad acquisire un’organizzazione di collaboratori formato da soggetti conoscitori delle dinamiche del medesimo sistema di lavoro nell’ambito di una determinata zona, “[…] svuotando l’organizzazione concorrente di sue specifiche possibilità operative mediante sottrazione del modus operandi dei propri dipendenti, delle conoscenze burocratiche e di mercato da essi acquisite, nonché dell’immagine in sé di operatori di un certo settore. Ne consegue che, al fine di individuare tale animus nocendi, consistente nella descritta volontà di appropriarsi, attraverso un gruppo di dipendenti, del metodo di lavoro e dell’ambito operativo dell’impresa concorrente, nessun rilievo assume l’attività di convincimento svolta dalla parte stornante per indurre alla trasmigrazione il personale di quella“. (Cass. Sez. I, n. 20228 del 2013).

La sentenza in commento si inserisce all’interno di quella che è meglio nota in dottrina come teoria intermedia [1]. La concorrenza sleale fra imprese, infatti, non può realizzarsi semplicemente dal mero passaggio di dipendenti e collaboratori da un’azienda all’altra, né tanto meno dalla contrattazione fra l’azienda e i lavoratori della concorrente [2].

In altri termini la Corte di legittimità conduce una differenza fra la contrattazione che un imprenditore intrattenga con un collaboratore dell’impresa concorrente – condotta da considerarsi legittima – dall’attività diretta specificamente a danneggiare l’altra impresa (animus nocendi) per acquisire un vantaggio competitivo attraverso lo storno di dipendenti preparati e conoscitori di una determinata realtà commerciale e territoriale.

[1] Cfr. P. AUTERI, La concorrenza sleale, in Trat. dir. priv., Rescigno, Torino, 1983, p. 416.

[2] La teoria intermedia si differenzia dalla “teoria della sufficienza della violazione” e dalla “teoria dell’irrilevanza”. Mentre la prima ritiene sia sufficiente qualsiasi non rispetto di norme di natura pubblicistica per la violazione automatica dei principi di correttezza e la relativa applicazione dell’art. 2598, terzo comma, cod. civ., la seconda teoria, invece, pone un rilievo sostanziale sulla natura pubblicistica e le finalità che tali norme si prefiggono. Le disposizioni di diritto pubblico poste alla tutela di interessi di tipo collettivo, ma differenti rispetto a quelli rilevanti ai fini dell’applicazione dell’art. 2598 cod. civ., assumono rilievo nel momento in cui siano riferibili ad un rapporto concorrenziale che leda gli interessi della parte concorrente e ne determini un interesse a agire. (cfr. per la teoria della sufficienza della violazione: G. AULETTA – V. MANGINI, Concorrenza, in Comm. Scialojia-Branca, Roma, 1987, p. 241; per la teoria dell’irrilevanza, invece, si veda: T. ASCARELLI, Teoria della concorrenza e dei beni immateriali: Istituzioni di diritto industriale, Giuffrè, Milano, 1960, pp. 213 ss.).

Antonio Marchetta

©RIPRODUZIONE RISERVATA


Bibliografia

M. CIAN (a cura di), Manuale di diritto commerciale, Giappichelli, Torino, 2016, pp. 78 ss;

R. PARDOLESI, Atti sleali per contrarietà alla correttezza professionale, in La concorrenza e la tutela dell’innovazione, tomo I, vol. IV, Giuffrè, Milano, 2009, pp. 65 ss.

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Informazioni sull'autore

Antonio Marchetta

Avvocato, laureato in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Palermo discutendo una tesi sull'imposizione tributaria e il federalismo fiscale. Ha conseguito, nella stessa università, la laurea in scienze della pubblica amministrazione con una tesi sul ruolo del revisore dei conti nell'ente locale. Specializzato nella consulenza legale sia per le aziende, sia per i privati. Giornalista pubblicista.
antonio.marchetta@notegiurisprudenziali.it

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