Obbligazioni

Rilievo d’ufficio della nullità contrattuale e risarcimento del danno

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Cassazione civile, III sezione, 23 giugno 2016, n. 12996 


Note giurisprudenziali (ISSN 2531-7229) – anno II – n. 10

La Cass. 23 giugno 2016 n.12996 ritorna ad affrontare la problematica dell’interpretazione della possibile rilevazione ex officio della nullità contrattuale, cristallizzando i più recenti precedenti delle sezioni unite nn. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014, nonché in funzione nomofilattica, da Cass., Ss.Uu.., 4 settembre 2012, n. 14828.

Il tema in questione parte da una indagine sulla qualificazione della domanda proposta dall’attore al fine di comprendere se la stessa, avendo a oggetto un risarcimento danni per inesatta esecuzione della prestazione, abbia come fondamento della stessa pretesa l’esistenza di un contratto valido ed efficace nonché, in caso di risposta positiva a tale quesito, si discute quali siano le modalità di intervento che ha il giudice nel ritenere la sussistenza di una causa di nullità.

In secondo luogo il rilievo da parte del giudice della nullità, avvenuto nel caso  in esame in mancanza di una domanda di accertamento posta dalle parti, individua un tema di riflessione ancora più ampio sui limiti del giudicato, poiché l’avvenuta rilevazione in sede di legittimità di una causa di nullità è idonea a fornire un’immediata risposta in tema di formazione del giudicato implicito.

Per una maggiore comprensione del tema trattato bisogna ripercorrere in maniera sintetica l’evoluzione giurisprudenziale fino alla pronuncia oggi in trattazione. Secondo un precedente orientamento seguito dalla Cassazione (ex multis v. nn. 6899/87; 141/93; 1340/94; 4064/95; 4607/95; 1378/99; 4817/99), il potere del giudice di dichiarare d’ufficio la nullità di un contratto ai sensi dell’art. 1421 cod. civ. va coordinato con il principio della domanda fissato e rilevabile tra il combinato disposto degli artt. 99 e 112 cod. proc. civ. “sicché solo se sia in contestazione l’applicazione o l’esecuzione di un atto la cui validità rappresenti un elemento costitutivo della domanda, il giudice è tenuto a rilevare, in qualsiasi stato e grado del giudizio, l’eventuale nullità dell’atto, indipendentemente dall’attività assertiva delle parti” (così Cass. n. 2398/88).

In conformità ed adesione ai suddetti principi, la nullità era ritenuta rilevabile d’ufficio solo nelle controversie promosse per far valere diritti aventi ad oggetto la validità del contratto; ed anche nelle diverse ipotesi in cui la domanda che era ritenuta oltre la validità contrattuale, come a titolo esemplificativo quella diretta a far dichiarare l’invalidità del contratto o a farne pronunciare la risoluzione per inadempimento. A partire dalla metà degli anni novanta, il suddetto indirizzo comincia a scricchiolare a seguito di un numero sempre maggiore di pronunce di legittimità che affermavano che la nullità di un contratto del quale sia stato chiesto l’annullamento (ovvero la risoluzione o la rescissione) possa essere rilevata d’ufficio dal giudice in via incidentale senza incorrere nel vizio di ultrapetizione (v. Cass. n. 2858/97; 6710/94). La piena rottura si avrà con la Cass. 22 marzo 2005, n. 6170, nella quale si affermava che: “la validità o nullità del contratto costituisce il presupposto anche della domanda di risoluzione alla quale inerisce”, ammettendosene il rilievo d’ufficio da parte del giudice o in via incidentale (in termini conformi v. Cass. n. 23674/08; 2956/11). A tal proposito si sottolinea come già la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, trattando dell’esame d’ufficio sulla natura abusiva di una clausola contrattuale oggetto di una pregiudiziale (Corte di Giustizia UE, Sez. IV, 4 giugno 2009, Sentenza C-243/08, Pannon GSM Zrt contro Erzsébet Sustikné Gyorfi), si è assestata da tempo su una chiara posizione per quanto concerne la disciplina e i poteri di intervento del giudice nazionale. Secondo la Corte di Lussemburgo, infatti, l’inefficacia o la nullità della clausola abusiva può – e deve – essere dichiarata direttamente dal giudice nazionale, salvo unicamente il caso di espressa opposizione da parte del consumatore. L’orientamento è indirizzato sull’applicazione del’art. 3, n. 1, della Direttiva 93/13/CEE del Consiglio del 5 aprile 1993 (“Una clausola contrattuale, che non è stata oggetto di negoziato individuale, si considera abusiva se, malgrado il requisito della buona fede, determina, a danno del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti derivanti dal contratto”) in cui si obbliga il giudice nazionale ad esaminare d’ufficio la natura abusiva della clausola.

In questo quadro giurisprudenziale qui brevemente sintetizzato, volto a valorizzare il potere del giudice d’ufficio di dichiara la nullità, sono intervenute le Sezioni Unite che con la pronuncia  Cass., sez. un., 4 settembre 2012, n. 14828 ammette il rilievo d’ufficio della nullità in presenza di una domanda di risoluzione per inadempimento. Nello specifico la Corte aveva ritenuto che la funzione del potere-dovere di cui all’art. 1421 cod. civ. non fosse ravvisabile in modo chiaro e preciso nelle fattispecie che richiedevano una domanda di annullamento, ponendo dei dubbi sulla possibilità di una di una applicazione d’ufficio da parte del giudice della nullità nel caso in cui fossero identificati soltanto genetici vizi del contratto. Infatti l’azione di risoluzione per inadempimento è coerente con l’esistenza di un contratto valido, non è detto che l’azione di annullamento prescinde: dall’esistenza di un contratto valido per essere rilevata d’ufficio la nullità o basti semplicemente l’esistenza di un contratto.

Le sentenze delle sezioni unite nn. 26242 e 26243 del 2014 riesaminano il tema, modificando e correggendo  la portata  e partendo da una attenta analisi che affrontava sia la funzione dell’istituto della nullità, con l’idea di ricondurla a unitarietà, sia evidenziando il contrasto tra l’atto nullo e gli interessi generali dell’ordinamento. Si ricordava anche che è la stessa natura superindividuale dell’interesse tutelato che consente il potere da parte del giudice di rilevare d’ufficio ai sensi dell’art. 1421 cod. civ. la nullità: di conseguenza tale rilievo è parte integrante della disciplina, senza consentire distinzioni tra nullità di diritto comune e di diritto privato europeo.

Ciò premesso, posti in esame i rapporti intercorrenti tra le azioni di impugnativa negoziale e il disposto dell’art. 1421 cod. civ., riconducono il conferimento al rilievo d’ufficio – obbligatorio – il carattere di garanzia dell’effettiva tutela dei valori fondamentali dell’organizzazione sociale. Nella sentenza oggetto di questo studio n. 12996/16, v’è un espresso richiamo alle precedenti delle sezioni unite, nello specifico (al punto 4.4) ripercorre la ratio che giustifica e da validità  al rilievo d’ufficio da parte del giudice della nullità negoziale. Se certamente l’impianto teorico precedentemente delineato dalla giurisprudenza di legittimità viene condiviso, è da sottolineare che tale pronuncia oltre ad affermare quanto già esposto offre spunti innovativi sulla applicazione officiosa della nullità negoziale. Partendo dall’esame del fatto di causa in materia di contratto d’opera intellettuale, si ravvisa che nello specifico l’attore chiede il risarcimento dei danni – che si assumono comprensivi di quanto all’epoca corrisposto, a titolo di compenso, al professionista e della somma necessaria per la nuova esecuzione delle prestazioni sanitarie rimaste incompiute – deducendo l’inesatta esecuzione di una prestazione odontoiatrica da parte del convenuto. La qualifica professionale di odontotecnico facente capo a quest’ultimo, tuttavia, non viene considerata nella prospettazione attorea come presupposto per proporre una domanda di risoluzione per inadempimento né, tantomeno, per chiedere l’accertamento di una nullità contrattuale per violazione di norma imperativa, ossia l’art. 11 R.D. 31 maggio 1928, n. 1334 (Regolamento per l’esecuzione della legge 23 giugno 1927, n. 1264, sulla disciplina delle arti ausiliarie delle professioni sanitarie), il quale pone in capo all’odontotecnico un espresso divieto allo svolgimento di attività di cura diretta sul paziente. Nella decisione la Corte di merito ha ritenuto, in aderenza al principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato (art. 112 cod. proc. civ.), di rigettare la domanda risarcitoria proposta dal paziente precisando che, poiché il quesito non poteva  comprendere la restituzione della somma corrisposta ad un  professionista abusivo, il risarcimento poteva essere chiesto solo mediante la risoluzione per inadempimento o tramite una declaratoria di nullità, con le conseguenti azioni di ripetizione dell’indebito. In mancanza di una proposizione delle eccezioni e domande sopra esposte, il compenso resta a colui che ha eseguito la prestazione anche se in modo inesatta. Il risultato di una tale applicazione se bene appare corretta sotto il profilo processuale, si ravvisa una evidente incompatibilità tra la restituzione del compenso e la domanda di risarcimento, di fatto la sentenza pronunciata dal giudice di risulta iniqua. Infatti, la mancata restituzione del compenso comporta un arricchimento ingiustificato in capo al professionista; differentemente soluzione si avrà nell’eventualità in cui il cliente non avesse ancora corrisposto alcuna somma. Con la richiesta del risarcimento del danno, rimedio per equivalente, il preteso creditore e esprime la volontà e il non interesse all’attuazione del rapporto, affermando l’esistenza di un inadempimento definitivo e ritenendo tale rimedio quello maggiormente satisfattivo alla tutela dei  propri interessi. Nel caso in esame avrebbe potuto domandarsi un risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., poiché trattasi di una “nullità sospetta” della prestazione d’opera resa, con onere di provare i relativi elementi costitutivi e chiedendo la restituzione del compenso pagato in base alla disciplina dell’indebito. Differentemente l’attore ha provveduto a chiedere un risarcimento per inadempimento di una obbligazione con conseguente presupposizione  nell’ottica di chi propone la domanda ed agisce in giudizio della piena validità del contratto. In questo modo l’attore nella sua proposizione di una domanda risarcitoria da illecito contrattuale, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ, esce dal campo di applicazione della risoluzione ex art. 1453 cod. civ.- poiché l’illecito contrattuale rappresenta una domanda autonoma – e, pur contestando l’inesatta esecuzione della prestazione, ha come elemento essenziale l’esistenza di un contratto valido ed efficace tra le parti. A giudizio della Corte, poiché la pretesa azionata trova comunque nel contratto “il proprio indefettibile presupposto”, è dato estendere l’obbligatorietà della rilevazione d’ufficio della nullità conseguente alla violazione del citato art. 11 R.D. n. 1334/1928. Tale impostazione logico giuridica fu omessa dal primo giudice e dalla corte territoriale: conseguentemente la Cassazione, con l’ordinanza interlocutoria n. 13307 del 26 giugno 2015, riporta la fattispecie nell’ambito di applicazione della predetta normativa a norma degli artt. 1418 e 2231 cod. civ., motivando tale impostazione poiché veniva eseguita la prestazione da un soggetto non iscritto nell’apposito albo ed anzi privo della prescritta qualifica di odontoiatra, che è presupposto necessario per l’espletamento di attività di cura diretta sul paziente (v. Cass. 11 giugno 2010, n. 14085; Cass. 12 ottobre 2007, n. 21495). Ritiene il collegio che il divieto delle attività di cura odontoiatrica – previsto a pena di nullità a carico dell’odontotecnico – risponde a ragioni di tutela dell’interesse pubblico e ciò, in contrasto con la tesi esposta dal ricorrente che chiede un risarcimento danni fondandolo unicamente sull’inesatto adempimento, “elide in radice la configurabilità di un inesatto adempimento di prestazioni, che la stessa legge inibisce proprio a tutela dell’interesse pubblico al possesso delle necessarie competenze tecniche”.

Il ragionamento giuridico  teorico costruito dalle sezioni unite con le sentenze nn. 26242 e 26243 del 2014 sulla rilevazione della nullità contrattuale d’ufficio viene dunque esteso dalla sentenza in esame sino a comprendervi una domanda risarcitoria proposta in via autonoma per inesatta esecuzione della prestazione, riconducendola allo stesso alveo dell’impugnativa negoziale.

La Suprema Corte arriva a una tale soluzione motivando il proprio ragionamento adottando uno schema riconducibile al periodo ipotetico di primo tipo: posto che l’insussistenza di ragioni di nullità costituisce il fondamento di base sotteso a ogni domanda di adempimento, risoluzione, rescissione, annullamento, ne deriva quale inevitabile conseguenza che la questione di nullità costituisce una pregiudiziale logico-giuridica per tutte le azioni di impugnativa negoziale, rispetto alla pronuncia giudiziale, nonostante le differenze strutturali tra loro intercorrenti. Quindi la Suprema Corte ammette espressamente “la possibilità di predicare una soluzione unitaria in punto di rilevabilità officiosa della nullità contrattuale” La conseguenza del sopra detto assunto determina che anche l’azione di risarcimento proposta disgiuntamente da quella di risoluzione impone sul giudicante il dovere di giudicare l’eventuale sussistenza di cause di nullità, in tal caso con la possibilità di una valutazione anche d’ufficio. Ne discende che anche nell’ipotesi in cui le parti in sede processuale provassero di aver concluso un contratto nullo, e quindi contrario ai principi dell’ordinamento, tale fatto non può impedire al giudice di rilevare la nullità contrattuale tramite un  sindacato d‘ufficio ai sensi dell’art. 1421 cod. civ. che deve considerarsi ed intendersi un dovere generalizzato. D’altra parte, in linea con la ratio che attribuisce alla rilevabilità officiosa della nullità non tanto la possibilità di eliminare un contratto nullo per i motivi riconducibili alla non tutela da parte dell’ordinamento dello stesso contratto, piuttosto quella di impedire che il contratto costituisca il presupposto validante di una decisione giuridica. A tal proposito si precisa che in ambito di un inquadramento sistematico, l’esistenza di un contratto efficace è prodromico di ogni ragionamento  logico giuridico di ogni azione che presuppone la sussistenza del vincolo contrattuale. Può sostenersi quindi che Cass. n. 12996/16 conferma l’orientamento espresso dalle sezioni unite, precisandone la portata. Poiché, nel caso di specie oggetto di discussione, la rilevazione della nullità contrattuale fu omessa nei gradi di merito, il giudice di legittimità assume su di sé l’obbligo di procedere al rilievo. La Corte cassa dunque la sentenza impugnata e precisa che, in assenza della domanda di parte diretta all’accertamento della nullità, dal compimento dell’esame obbligatorio per il giudice, non discende anche l’obbligo per il medesimo di dichiarare la nullità. Trasportando tali concetti in sede processuale, il “rilievo” della nullità per il giudice viene sostanzialmente inteso come, a norma dell’art. 101 secondo comma cod. proc. civ, dalle parti tramite una accertamento delle domande concretamente proposte dalle stesse. A rigore di quanto fin qui detto la dichiarazione della nullità è dunque una statuizione facoltativa. A livello pratico, in sede processuale, la Cassazione descrive e divide in due le ipotesi in cui vi può essere un accertamento della nullità a secondo che sia rinvenibile o meno da parte delle parti una domanda sul punto.

Nella prima ipotesi, cui è la parte ad eccepire la nullità, la dichiarazione potrà essere contenuta nel dispositivo della decisione, di contro, laddove mancasse una proposizione di domanda, la nullità va dichiarata all’interno della motivazione. Attraverso tale passaggio la sentenza in commento abbraccia la teoria ampiamente teorizzata dalle sezioni unite nella sentenza n. 26243/14 della distinzione tra rilevazione e dichiarazione della nullità. Nella citata sentenza la Corte al punto 3.4 in merito all’art. 1421 cod. civ. che il rilievo ex officio su un piano sostanziale è indipendente da qualsiasi attività delle parti quanto alla sua rilevazione. Se da una parte dunque il giudice ha il potere di rilevare d’ufficio tutte le nullità, tra cui quelle di protezione, di convesso le affermazioni delle sezioni unite inerenti la dichiarazione della nullità hanno originato non pochi problemi interpretativi, ponendo la necessità di definire al meglio il potere ufficioso nel giudicato implicito esterno. Infatti già con la Cass., sez. un., 12 dicembre 2014 n. 26243 si ribadisce in chiari termini la generale obbligatorietà del rilievo d’ufficio, statuendo al punto 7.1, n. 2 che il giudice ha la facoltà di dichiararla e rigettare la domanda solo dopo aver rilevato una causa di nullità negoziale. Ove questo accade, dovrà specificare all’interno della propria motivazione la ratio decidendi della pronuncia di rigetto specificando il suo fondamento dalla nullità del negozio. Tale statuizione relativa alla nullità negoziale ha attitudine al giudicato, con ogni conseguenza discendente: per le parti, eredi e aventi causa; ai sensi dell’art. 2909 cod. civ.. La corte prosegue, di contro al punto 7.1, n. 3, allorché il giudice rigetti la domanda fondando la decisione sulla base di una “ragione più liquida” nel merito a discapito dell’ordine logico delle questioni  ex art. 276, secondo comma cod. proc. civ, qual è a esempio la prescrizione di un diritto di credito, egli non ha il dovere né di rilevare né, tantomeno, di dichiarare la nullità. La maggiore liquidità si avrà per l’esigenza di valutare “la ragione più evidente, più pronta, più piana, che conduca ad una decisione indipendentemente dal fatto che essa riguardi il rito o il merito” (cfr. punto 5.14.7 sent. ult. cit.). Di conseguenza, il tema della validità del negozio non risulta esaminato nemmeno incidenter tantum e non si può formare il giudicato sull’argomento nullità. Quindi si avrà che il giudice in presenza (punto 7.1, n. 4) o in assenza (n. 5) di una domanda di accertamento proposta dalla parte, – dopo aver rilevato la nullità del negozio ed averla comunicata alle parti – la dichiarerà nel dispositivo nella prima ipotesi in cui era già rilevata dalla parte, ovvero soltanto nella motivazione nella seconda, in mancanza di un rilievo di parte. Da quanto sopra esposto consegue che tra dichiarazione della nullità ed idoneità al giudicato appare esservi una relazione lineare: in presenza della prima, se ne deduce sostanzialmente l’idoneità al giudicato della questione.

Sul punto, è utile ricordare l’innovazione apportata rispetto ai precedenti indirizzi, dalle stesse sezioni unite, nella sentenza n. 14828/12. In sentenza si prevedeva (4.2) che in assenza di domanda di parte il rilievo officioso fa pervenire al rigetto della domanda di risoluzione con accertamento incidenter tantum della nullità, ma senza effetto di giudicato. A completamento delle ipotesi tracciate, la Suprema Corte precisa (punto 7.1, n. 6) che il giudice ha sempre facoltà di rilevare d’ufficio la nullità anche in grado di appello e in cassazione, laddove tale rilevazione sia in precedenza mancata, come nel caso in esame rilevata solo in sede di legittimità. Da quanto fin qui esposto e precisato dalla Corte a sezioni unite si evince che in ipotesi di rigetto della domanda risarcitoria contrattuale: a) si forma il giudicato implicito sulla validità del contratto nel caso in cui il giudice sia stato espressamente investito anche nell’ipotesi di una domanda di accertamento sulla nullità e ne abbia escluso la sussistenza; b) si forma il giudicato implicito sulla validità allorché il giudice, in assenza di domanda, accerti e si pronunci non equivocamente sulla questione della nullità negoziale; c) non si forma, invece, alcun giudicato implicito sulla validità se il giudice non abbia in alcun modo esaminato, neanche incidenter tantum, il tema della nullità negoziale. Infatti nel caso in esame, ed in applicazione dei principi fin qui detti, si desume che non si era formato alcun giudicato implicito circa la validità del contratto, dal momento che la Cassazione procede al rilievo d’ufficio della nullità conseguita alla violazione di norma imperativa e la dichiara, in assenza della relativa domanda di parte, in motivazione. In conclusione si ritiene che la sentenza in esame da delle vere e proprie “istruzioni per l’uso” costituendone un paradigma di applicazione in materia di risarcimento contrattuale.

Andrea Alba

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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Informazioni sull'autore

Avv. Andrea Alba

Laureato presso l'Università degli Studi di Palermo. Avvocato specializzato nella consulenza legale in ambito privato e aziendale.
andrea.alba@notegiurisprudenziali.it

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