Lavoro

La fase preparatoria per indossare la divisa aziendale rientra nella prestazione lavorativa retribuita se eseguita nell’ambito della disciplina d’impresa

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Cassazione civile, sez. lav., 3 febbraio 2017, n. 2965


Note giurisprudenziali (ISSN 2531-7229) – anno II – n. 10

Con ricorso al Giudice del lavoro di Napoli, tre lavoratori chiedevano il riconoscimento delle differenze retributive dovute per il tempo impiegato per indossare l’apposito abbigliamento fornito dall’azienda per la lavorazione di surgelati.

La società datrice di lavoro resisteva sostenendo la non fondatezza del diritto e comunque la sua prescrizione, in quanto la missiva di messa in mora a firma del legale, ma non dei lavoratori, non sarebbe stata idonea ad interrompere la prescrizione. Secondo la resistente, infatti, le richieste di adempimento allegate in copia nel ricorso introduttivo del procedimento non avrebbero provato l’esistenza di procure conferite in quella data. Il Giudice del lavoro di Napoli rigettava la domanda.

La Corte di Appello di Napoli, in parziale riforma della sentenza di primo grado, riconosceva il diritto dei lavoratori alla retribuzione per il tempo impiegato nelle operazioni per la vestizione e condannava la società al pagamento in loro favore di una somma di denaro.

I lavoratori ricorrevano in Cassazione limitatamente alla parte in cui non era stata interamente accolta la domanda. La società datrice resisteva con controricorso.

La Corte di legittimità, richiamando un proprio orientamento consolidato, ha affermato – in relazione all’art. 3 del R.d.l. n. 692 del 1923 secondo cui “è considerato lavoro effettivo ogni lavoro che richieda un’occupazione assidua e continuativa” – il principio secondo cui non è preclusiva per il tempo utilizzato per indossare degli indumenti specifici sia da considerarsi lavoro a tutti gli effetti, e dunque retribuito, nel caso in cui tale operazione sia diretta dal datore di lavoro, il quale ne disciplina il tempo e il luogo di esecuzione, ovvero si tratti di operazioni di carattere strettamente necessario ed obbligatorio per lo svolgimento dell’attività lavorativa.[1]

La Corte precisa che tale disciplina non è stata superata dall’art. 1, seconda comma, del D.lgs n. 66 del 2003 secondo cui è da considerare orario di lavoro “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”, lasciando inalterati i criteri ermeneutici che erano stati adottati per l’integrazione dei principi utili per stabilire se si è in presenza di lavoro effettivo o meno.

Tale principio è rinvenibile nella stessa giurisprudenza comunitaria, la quale afferma che la valutazione del tempo rientrante nell’orario di lavoro è da ricercare nell’esistenza o meno dell’obbligatorietà della presenza sul luogo di lavoro ed essere a disposizione del datore di lavoro per la prestazione della propria opera.

Questo orientamento [2] dà la possibilità di distinguere nel rapporto di lavoro una fase finale, la quale soddisfa direttamente l’interesse del datore di lavoro, ed una fase preparatoria riguardante le prestazioni od attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina di impresa ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, il quale potrebbe rifiutare la prestazione finale in difetto di quella preparatoria. Conseguentemente il tempo impiegato dal lavoratore per indossare l’abbigliamento di lavoro deve corrispondere una retribuzione aggiuntiva. [3]

Per quanto riguarda la questione dell’atto interruttivo della prescrizione, la Corte di Cassazione nella sentenza in commento stabilisce che a tali fini l’intimazione scritta ad adempiere può essere effettuata oltre che da un legale che si dichiari incaricato dalla parte, anche da un mandatario o comunque da un incaricato, con la sola condizione che il beneficiario intenda farla valere, e senza che occorra il rilascio in forma scritta di una procura per la costituzione in mora, potendo questa risultare anche soltanto da un comportamento univoco e concludente idoneo a rappresentare che l’atto è compiuto per un altro soggetto, nella cui sfera giuridica è destinato a produrre effetti.

[1]  Cfr. Cass. n. 3763 del 1998; Cass. n. 15734 del 2003; Cass. n. 19273 del 2006; Cass. n. 19358 del 2010; Cass. n. 9215 del 2012.

[2] V. Cass. n. 19358 del 2010.

[3] Cfr. Cass. lav. n. 1352 del 2016.

Antonio Marchetta

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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Informazioni sull'autore

Antonio Marchetta

Avvocato, laureato in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Palermo discutendo una tesi sull'imposizione tributaria e il federalismo fiscale. Ha conseguito, nella stessa università, la laurea in scienze della pubblica amministrazione con una tesi sul ruolo del revisore dei conti nell'ente locale. Specializzato nella consulenza legale sia per le aziende, sia per i privati. Giornalista pubblicista.
antonio.marchetta@notegiurisprudenziali.it

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