Lavoro

La competenza territoriale del Giudice del lavoro va intesa in senso estensivo

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Cassazione civile, sez. VI, ord. 23 febbraio 2017, n. 4767


Note giurisprudenziali (ISSN 2531-7229) – anno II – n. 11

Un lavoratore chiamava in giudizio la società per cui aveva lavorato dal 1998 al 2015 con una serie di contratti a tempo determinato. Il ricorrente sosteneva la subordinazione alla società datrice la quale impartiva le direttive direttamente sino al 2009, per poi farlo tramite un’altra società. L’attore, dunque, chiedeva l’accertamento della natura subordinata e a tempo indeterminato del rapporto, nonché l’illegittimità del recesso datoriale per mancanza di giusta causa.

La convenuta eccepiva l’incompetenza territoriale del giudice del lavoro di Bari, in quanto dal 2009 il lavoratore non avrebbe più prestato attività lavorativa in suo favore, ma lavorava in autonomia per conto di altra società, della quale la convenuta era socia, e che non poteva essere considerata sua dipendente.

Il lavoratore prospettava di avere lavorato costantemente per la società datrice nel territorio  di competenza del Tribunale di Bari, nonché che il rapporto di lavoro aveva natura subordinata.

La società contestava la natura subordinata del rapporto ed argomentava con la tesi della competenza esclusiva del Tribunale di Monza, in quanto la società non aveva unità produttive nella zona in cui lavorava il ricorrente.

Il giudice del lavoro del Tribunale di Bari si dichiarava incompetente. Il ricorrente proponeva ricorso per regolamento di competenza, mentre la resistente depositava la propria memoria difensiva.

La Corte di Cassazione, seguendo un proprio costante orientamento, conferma che per potere determinare la competenza, bisogna fare riferimento alla domanda giudiziale, a meno che la prospettazione sia palesemente artificiosa e finalizzata alla sottrazione della cognizione al giudice predeterminato per legge. Tale principio, valido anche per la competenza territoriale, non può essere derogato dalle contestazioni del convenuto riguardanti la sussistenza del rapporto, né dalla domanda riconvenzionale [1].

Secondo la Suprema Corte, ai fini dell’individuazione del giudice competente territorialmente, bisogna fare riferimento ai fatti per come prospettati dall’attore, in quanto attiene al merito l’accertamento della fondatezza delle contestazioni formulate dal convenuto e dovendosi tenere separate le questioni concernenti il merito della causa da quelle relative alla competenza [2].

La nozione di “dipendenza alla quale è addetto il lavoratore” (art. 413 cod. proc. civ.), non è identificabile con il concetto di unità produttiva, ma deve essere intesa in senso estensivo e flessibile, dunque come articolazione dell’organizzazione aziendale nella quale il lavoratore è impiegato, tanto da potere coincidere anche con l’abitazione privata del lavoratore, nel caso questa sia dotata di strumenti per supportare l’attività lavorativa [3].

[1] Si veda ex plurimis, Cass., 17 maggio 2007, n. 11415.

[2] Cfr. Cass. n. 8189 del 23 maggio 2012; Cass. n. 9028 del 18 aprile 2014; Cass. n. 2003 del 2 febbraio 2016.

[3] Cfr. ex plurimis, Cass. n. 17347 del 15 luglio 2013.

Antonio Marchetta

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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Informazioni sull'autore

Antonio Marchetta

Avvocato, laureato in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Palermo discutendo una tesi sull'imposizione tributaria e il federalismo fiscale. Ha conseguito, nella stessa università, la laurea in scienze della pubblica amministrazione con una tesi sul ruolo del revisore dei conti nell'ente locale. Specializzato nella consulenza legale sia per le aziende, sia per i privati. Giornalista pubblicista.
antonio.marchetta@notegiurisprudenziali.it

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